Roberto Palmieri

Roberto Palmieri
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Roberto Palmieri

La mia avventura radiofonica è iniziata quando avevo 15 anni in un’emittente di provincia, Studio 1 Lombardia, a Cusano Milanino, per caso. I miei amici più grandi l’avevano fondata e io avevo una voce più adulta della mia età, perciò sono stato “precettato”.

Ma non tanto per caso. Infatti fin da bambino ero un innamorato della radio e prima della nascita delle radio private ascoltavo un programma condotto da Gigi Marziali, in onda sul secondo canale Radio RAI e intitolato Supersonic – Dischi a Mach-2.
Tutte le sere dalle 20:10, fino al 16 dicembre 1977, quindi un anno prima di diventare DJ.

Di allora ricordo soprattutto una canzone del 1974, America di David Essex. Impazzivo per quel disco. Oggi ci farei una cover e credo che quel refrain avrebbe ancora successo.
Il mio primo programma si chiamava Bob Music, perché di Roberto allora ce n’erano un’infornata e quindi mi avevano soprannominato Bob, un po’ per fare gli “americani”, un po’ perché allora andava un disco degli M intitolato Pop Muzik con cui decisero di fare la mia sigla, Bob Music. Raccapricciante! Ma bellissimo!

Il primo disco che ho messo sul piatto in quel programma è stato I was made for lovin’ you dei Kiss, ma ero talmente emozionato che nell’annunciarlo ho detto <... dei Casablanca>, l’etichetta discografica, tremendo. I miei amici più grandi ridevano tutti nell’altro studio e io li ho mandati a quel paese e me ne sono andato. Bellissimo anche questo!

All’inizio ero un rockettaro, ascoltavo i Deep Purple e Beethoven, infatti il secondo programma che ho fatto è stata una classifica dei pezzi rock più venduti, intitolata Rock Action. Mi piacevano i suoni epici, e sentivo sfumature rock anche nei brani di Mozart. Sono rimasto un onnivoro in fatto di musica, infatti poco dopo mi sono appassionato al blues… e al funky.

Le classifiche allora avevano un padre, Leonardo Re Cecconi, detto Leopardo, il mito di tutti noi. Ricordo che ci davamo appuntamento a casa dell’amico di turno per ascoltare la sua Hit Parade su Radio Milano International (Magic 101).

Una canzone del 1976 me lo ricorda particolarmente, Play that funky music dei Wild Cherry . Ciao Leo, un abbraccio, dovunque tu sia. Ma il mito più grande per tutti noi era lei, LA RADIO, RMI. La prima radio privata italiana, che aveva cominciato a trasmettere come radio pirata su un furgone, e quando la legge aveva sdoganato la modulazione di frequenza era diventata un mito.

Delle radio pirata bisognerebbe parlare, sono state un segnale fortissimo della rivoluzione che ha attraversato il ventennio ‘70/’80. Gravitavano nel nord Europa e trasmettevano sulle navi. Ai più giovani consiglio un grandissimo film per immergersi in quel mare, I Love Radio Rock, che dà una chiara idea di quanto le radio pirata abbiano ispirato intere generazioni.

Quando finalmente sono approdato a Radio Milano International ho infatti scoperto che anche lì c’era un mito, la Radio Luxemburg di Bob Stewart che era allora il baluardo europeo della rivoluzione pirata. Lì venivano registrati tutti i jingles di RMI. Ancora oggi è su quelle onde che cavalca la mia nostalgia.

L’approdo a RMI è avvenuto grazie a Gigio D’Ambrosio, che aveva ascoltato la mia voce e, bontà sua, aveva deciso che potevo prendere il posto di Massimo Oldani, allora in partenza per il servizio di leva. Quel momento fu decisivo, anche perché arrivare a RMI era il sogno di tutti, la popolarità della radio era alle stelle ed essere assunti lì era come vincere un Oscar.

Di quel posto magico ho molti ricordi, soprattutto del mio ultimo programma serale, dalle 21 alle 23, subito dopo il Golden Classic di Massimo Spada, un programma di classici che ha fatto epoca.

Ricordo la prima volta che mi sono avvicinato al microfono di RMI, un oggetto talmente leggendario che molti pensavano fosse il vero artefice delle voci possenti dei dj che vi parlavano dentro. Ricordo l’archivio dei dischi, altro luogo di culto, un’enorme scaffalatura che riempiva da cima a fondo intere pareti, tutte zeppe di vinili. Era considerato il più grande d’Italia, e noi lo conoscevamo a memoria perché era l’ì che stava tutta la nostra musica.

Ricordo gli ascoltatori che mettevano a tutto volume l’autoradio in via Locatelli, sede della radio, per farci sentire che ci ascoltavano, e io li salutavo dalla finestra e qualcuno di nascosto lo facevo salire. Ricordo i molti amici, come Danilo Alicino, che per me è rimasto un fratello, Massimo Braccialarghe, una grande “voce” che ora lavora a Mediaset, Gigio, il capo, ora a RTL, Leonardo, Patrizia Zani e moltissimi altri che saluto con affetto.

Tra Studio 1 Lombardia e RMI ci sono state un altro paio di radio che voglio ricordare, Radio More Music di Bresso, dove ho conosciuto Danilo Alicino che poi mi ha seguito come tecnico a RMI, e Radio IN Montecitorio, trasferta romana che mi ha permesso di conoscere alcuni dei conduttori non milanesi che oggi volteggiano ancora nell’FM.

Quell’avventura si interruppe all’inizio degli anni ’90, per cominciarne un’altra in teatro. Poi è arrivato il cinema e la tv. E il mio ritorno in radio è stato solo una piccola parentesi, a Radio Popolare, ma stavolta nel ruolo di giornalista. Ma quelle sono altre storie, che mi hanno condotto dove sono ora, in un luogo nel futuro da cui guardare il passato, col sorriso.